briciole sotto il tappeto (?)

Mi sento in dovere di scrivere solo perché non lo faccio da tempo. Oggi non ho tema e non ho titolo. Scrivo per scrivere.

La solitudine fa pensare e essere pieni di persone intorno fa dimenticare come ci si sente… Dunque dove sta la mezza misura? La mia mezza misura è nascondere le briciole sotto il tappeto, non è una soluzione particolarmente geniale, fa il paio con il prendere il treno e scappare, con la differenza che le briciole sono vicino a te, sotto il tappeto e quando ci cammini sopra a piedi nudi le senti proprio tutte. A meno che tu non organizzi una mega festa a casa tua in cui inviti tutti ad un ballo sfrenato a piedi nudi sul tappeto. e improvvisamente le briciole diventano polvere, ma il problema è sempre lì, si sente meno, ma quantitativamente si è moltiplicato.

 

Era già l’ora…

Stasera vedo fuori dalla mia finestra un tramonto stupendo, uno di quelli estivi la cui luce invade tutta la casa e la attraversa da parte a parte. Un tramonto in cui vorresti scioglierti e abbandonarti, è dolce, sembra volerti cullare, ma su una culla sospesa sopra un precipizio, è un’altalena ai bordi di una ripida scogliera. La luce di quest’ora è effimera, ma mi piace, mi piace da impazzire. è così simile a me, non per la sua bellezza, non avrei mai la presunzione di raggiungerla, ma per la sua incapacità di essere colta. Talvolta è rosa, altre volte è arancione,  altre rossa e altre ancora azzurrina.

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

Mi prende una così grande nostalgia che mi si stringe il cuore e tutto dentro, ma nel preciso istante in cui questo avviene mi sento un tutt’uno con quello che mi circonda. Questa agrodolce luce mi avvolge e invece di stare qui a scrivere vorrei uscire e urlare, parlare, abbracciare, danzare, baciare, fare l’amore e scrivermi.

e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;

Spazi sospesi, parte I

Qualche mese fa per un esame universitario ho dovuto leggere un libro dal titolo “L’età sospesa”, si trattava di una raccolta di saggi, articoli e studi sul tema dell’adolescenza.

Al di là del contenuto è stato il titolo ad intrigarmi, la sospensione. Schiere di uomini pensanti ne sono rimasti affascinati, si pensi alla sospensione del giudizio che per gli scettici era l’ ἐποχή (epoché) o al mondo dell’arte in cui sicuramente sono infinite le raffigurazioni della sospensione o alla musica nella cui teoria è addirittura prevista un tipo di cadenza (un movimento degli accordi in un brano musicale)  che viene definita “cadenza sospesa” in cui  l’accordo del V grado invece di andare su un altro accordo rimane lì in attesa…

Non è mio intento però oggi dilungarmi in speculazioni pseudo-psicofiloletterarie bensì scrivere di un’esperienza comune e per alcuni quotidiana: viaggiare in treno.

Ho sempre avuto un debole per le stazioni, mi hanno sempre dato l’impressione di essere luoghi senza tempo e senza vincoli spaziali. Sono una porta sul mondo, luoghi in cui si ha la possibilità di scegliere di lasciarsi, per lo meno materialmente, il proprio mondo alle spalle.

E allora una volta fatto il mio biglietto per un viaggio di studio, lavoro o piacere vado a cercare il mio binario. Se sono sola mi piace fantasticare e inventarmi storie durante il tragitto, una volta sono una donna in carriera prima della sua importantissima riunione di lavoro, un’altra volta sono una studentessa fuori sede che non vede l’ora di tornare a casa a riabbracciare la sua famiglia e molto più spesso, visto che sono un’inguaribile romantica, fantastico sullo star prendendo il treno per andare a trovare la mia dolce metà che già mi immagino sbracciarsi al binario della destinazione al mio arrivo.

Mentre osservo il tabellone degli orari scruto le destinazioni e penso a quanto sarebbe bello fare un cambio di biglietto improvviso e per pazzia andare via. Mi hanno spesso detto che non è lasciandosi alle spalle i problemi e scappando che si risolvono, ma io non sono mai stata totalmente d’accordo: quando si viaggia si ha la possibilità di vivere esperienze che restando a casa non si potrebbero vivere. Il viaggio non dà la soluzione ai problemi, non è la bacchetta magica che li fa sparire, ma forse aiuta a prendere la giusta distanza dalle cose, a dare a quest’ultime la loro giusta importanza e se siamo fortunati anche dei mezzi per poterle risolvere. Non fraintendermi, non sono una fan del partito “quando hai un problema scappa”, non è un modo maturo di gestire la propria vita a mio avviso, ma ogni tanto anche solo due ore spese in una passeggiata appena fuori dai propri confini di casa-scuola-lavoro possono aiutare a schiarirsi le idee.

Ma torniamo al viaggio, ho trovato il mio binario, mettiamo caso che oggi il mio binario sia il 18, il treno è lì ad aspettar(mi), oblitero e salgo su. Scelgo il mio posto secondo un valido criterio: il caso, sui regionali bisogna solo sperare di non capitare in un vagone con una scolaresca, ma non sempre sono così fortunata nelle mie scelte. Comunque l’importante è accaparrarsi il posto vicino al finestrino.

E allora ci sono infinite modalità diverse di trascorrere il viaggio, magari domani inizierò a scrivere di qualcuna delle mie passate avventure, per ora ti lascio in attesa.

 

Caro diario,

Pensavo che avrei iniziato a pubblicare pagine dal mio diario di tutti i giorni, ma poi aprendolo e iniziando a copiare mi sono accorta che non sarebbe stata una buona idea. Non era sicuramente il modo migliore per farti entrare nella mia vita, quello che faccio tutti i giorni non descrive chi sono e cosa penso. Senza contare che il semplice riportare fatti sarebbe stato una noia mortale per entrambi: per me amanuense e per te lettore.

Allora ho pensato di scrivere di me. Passo le giornate su WikiHow quando ho un problema da risolvere, ma raramente trovo quello che cerco, allora inizio a navigare nel mare del web per trovare le parole di qualcuno in cui riconoscermi. Pennac scrive:

“Quando una persona cara ci dà un libro da leggere, la prima cosa che facciamo è cercarla tra le righe.”

Questo è quello che faccio con i libri di una persona conosciuta, trovare i suoi pensieri, le sue parole, il suo essere in parole altrui. Quando invece vado alla ricerca per me è l’esatto contrario.

Ora il mio intento è scrivere della normalità quotidiana, di avventure di tutti i giorni, di semplici problematiche comuni. Non credo infatti di essere l’unica a cercare consigli da altri o la consapevolezza di non essere sola. Scrivere di me per permettere ad altri di ritrovarsi nelle mie parole, per avere in quello che scrivo una conferma di non essere solo al mondo.

Ma bando alle ciance, l’argomento di oggi è: tenere un diario.                                                 

  Lo faccio da una decina d’anni ormai, non costantemente, mi servo di lui per schiarirmi le idee, per vedere nero su bianco quello che mi succede. Quando scrivo su un foglio di carta vedo districarsi i miei pensieri e disporsi elegantemente. Come una tela di ragno sono lineari e eleganti, riesco a vedere i loro punti d’incontro, vedo la loro origine in un continuo fluire di parole.

Quando non so da dove iniziare per esprimere quello che sento oppure non riesco a dormire perché non capisco quale sia il pensiero che mi attanaglia apro il mio diario e prendo una penna o un lapis e scrivo. Man mano che l’inchiostro scorre io mi rilasso e mi abbandono al dolce suono dello strofinare del pennino sulla carta, quasi fosse la ninna nanna dei miei pensieri.

Lo faccio tutte le volte che ne avverto il bisogno, che sia per la necessità di capire se io sia triste, felice o agitata. Ad esempio ieri sera ho scritto di quanto fossi agitata per il futuro della mia vita accademica e facendolo mi sono rilassata, sono andata a dormire serena.

Scrivere aiuta, come aiuta parlare, ma in modo più intimo e tranquillo, si può ritrattare quello che si pensa vedendolo davanti agli occhi. è un aiuto non da poco quando si è troppo tristi o troppo agitati per accorgersi della lente di ingrandimento con cui si stanno guardando i problemi. Quando il nostro pensiero è scritto, quando vediamo la nostra ragnatela riusciamo ad allontanarci e comprendere, capire da lontano.

“Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero.”

– “La coscienza di Zeno”, Italo Svevo

Quindi scrivi, abbi il coraggio di mettere nero su bianco quello che ti passa per la testa, perché dopo starai meglio. Non preoccuparti delle parole, quelle vengono e se non dovessero venire metti dei puntini di sospensione, fai degli elenchi puntati, parla di macchie di colori, di sensazioni fisiche e di sentimenti sommariamente. Prima o poi capirai e ti vedrai intero.

C’è stato un periodo qualche anno fa in cui ho sofferto di un disturbo d’ansia, ora studiando psicologia all’università ho scoperto che sia chiama “disturbo d’ansia generalizzato”. Non è una cosa piacevole, qualcosa di cui vantarsi con gli amici o una scusa per i propri fallimenti. è un continuo stato d’animo di inquietudine che ti impedisce di essere sereno. Il punto ora però è questo: se non avessi avuto un diario in borsa su cui annotare le mie sensazioni durante gli attacchi sarebbe stato ancora più terribile.

Abbiamo in noi una risorsa da quando abbiamo iniziato le elementari che ci può permettere di sconfiggere le nostre più ataviche paure, di dialogare con chi ci può davvero capire, dobbiamo solo iniziare ad usarla!

 

Un bacio a te e a presto!

Eccoci!

Ormai sono giunta alla conclusione che se qualcuno leggesse le mie disavventure o pensieri serali si divertirebbe molto. In alternativa potrebbe trovare nei miei racconti una compagna di viaggi per poter dire: “Se leggo quanto scrive vuol dire che ce la sta facendo, continua a pubblicare ed è viva!”.

Premetto che si tratta di una raccolta eterogenea di pensieri, una sorta di Zibaldone sgrammaticato di una classica universitaria single. Il programma è quello di pubblicare il più spesso possibile pagine di racconti della mia vita per rallegrarvi la giornata e alleggerire la mia testa.

Buona lettura a tutti!